La forza della cura: donne, economia, tratta di persone

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È dedicata al tema “La forza della cura. Donne, economia e tratta di persone” l’VIII Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, istituita da Papa Francesco nel 2015, che si celebra l’8 febbraio di ogni anno.

La scelta di questa data non è casuale: è il giorno in cui ricorre la memoria liturgica di Bakhita, la schiava nera divenuta santa. Suora canossiana di origine sudanese è oggi simbolo universale dell’impegno della comunità ecclesiale contro il fenomeno della tratta. Esistono vite la cui storia è un inno alla speranza che consola. Tra di esse c’è santa Giuseppina Bakhita, nata nel 1868 in Darfur, ha vissuto i primi anni della sua esistenza nella schiavitù: tra il 1877 e il 1882 passò da un padrone all’altro, sottoposta ad atroci sofferenze che le provocarono 144 cicatrici quando aveva circa 9 anni.

La tratta è una delle “ferite” più profonde inferte dal sistema economico attuale. Ferite che riguardano tutto gli aspetti della vita, personale e comunitaria. La pandemia ha incrementato il “business” della tratta di persone e ne ha acuito il dolore: ha favorito le occasioni e i meccanismi socioeconomici alla base di questa piaga e ha aggravato le situazioni di vulnerabilità che hanno coinvolto le persone maggiormente a rischio e, in modo spropositato, le donne e le bambine, particolarmente penalizzate dal modello economico dominante.

Secondo i dati delle Nazioni Unite sulla tratta di persone, le bambine e le donne rappresentano il 72% delle vittime identificate della tratta e la percentuale aumenta significativamente nel contesto della tratta per sfruttamento sessuale; un mercato che rappresenta i 2/3 dei profitti generati dallo sfruttamento.

I 2/3 degli analfabeti del mondo sono donne; il tasso di partecipazione alla forza lavoro, tra i 25 e i 54 anni, è pari al 90% per gli uomini e poco meno di 2/3 per le donne. Il 30% delle giovani donne non studia, non lavora, non segue corsi di formazione. Questi sono solo alcuni degli indicatori della disparità e ingiustizia vissuta dalle donne nelle nostre società; condizione di vulnerabilità che le espone maggiormente al rischio di violenza, tratta e sfruttamento.

Le donne non sono da considerarsi vittime, ma agenti di cambiamento. È necessario quindi che si trasformi il modello socio-economico attuale, che sta alla base della tratta, realizzando con urgenza un’economia della cura delle persone e della casa comune.

La cura è uno stile di vita ed è il modo di amare di Gesù, come ci propone nella parabola del Buon Samaritano (Lc 10, 25-37), ripresa da Papa Francesco nella sua Lettera Enciclica Fratelli Tutti. Prendersi cura per trasformare il rapporto con la natura, le relazioni sociali ed economiche, troppo spesso imperniate su una competizione aggressiva, che soffoca ogni forma di cooperazione e di rispetto per la dignità umana.

Il cristianesimo e i valori cristiani non sono amuleti, ma rappresentano una fede che si incarna nelle ferite della storia dell’umanità. Ferite da curare, risanare e vivificare.

 

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