27 Gennaio: ricordare per diventare attori protagonisti nella difesa dei diritti di tutti

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Oggi ricorre la giornata della memoria. Oggi sono passati 76 anni dal giorno in cui le truppe dell’armata rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Ma “memoria” non vuol dire solo “ricordare”: ricorderemo sempre i milioni di morti (non solo ebrei, ma anche testimoni di Geova, Rom, omosessuali, disabili, malati di mente), la follia umana che ha dimostrato di non conoscere confini, gli orrori di chi oggi ha la fortuna di raccontare ciò che ha vissuto ma la sfortuna di averlo impresso nella propria mente. Quella parola nasconde un altro significato che mai come oggi ci deve riguardare: ricordare deve diventare il modo per non ripetere più quell’errore atroce, per non scavare il solco di un fondo che è stato già toccato.

Da quel momento abbiamo potuto scoprire quanto essenziali siano quei valori che invece tendiamo a dare per scontati: libertà, identità, democrazia, uguaglianza, tolleranza religiosa. Ma quanto davvero siamo oggi disposti a rappresentarli? Commettiamo lo sbaglio di pensare che quei giorni appartengano solo ai nostri genitori o nonni, che tutto sia passato e non sia più destinato a ripetersi. Ma quotidianamente vediamo andare in scena altre tragedie. Eppure le ignoriamo, pensando al nostro giardino. Per cui queste atrocità si consumano nel silenzio, nella normalità della loro ferocia.

I campi di concentramento esistono ancora, in Cina, con l’obiettivo di imprimere l’esistenza di un’identità imposta; ma vengono definiti “campi di rieducazione”, perciò non è necessario intervenire, anche perché a migliaia di chilometri da noi. I lager esistono ancora; luoghi in cui si consuma un traffico umano di proporzioni enormi, con annesse violenze che vengono ignorate. Esistono responsabilità politiche di governi che continuano a collaborare con chi gestisce i nuovi Olocausti, incuranti delle azioni di chi non conosce umanità. Ogni singolo giorno, in diverse parti del mondo, ci sono brutalità di questo tipo, ma preferiamo trascurarle, perché crediamo di non poter far nulla e preserviamo i nostri diritti. La nuova rotta balcanica per i migranti: accampamenti di profughi che attendono il momento giusto per l’attraversamento considerati “umanità in eccesso” e respinti in maniera illegale e violenta dalle forze dell’ordine, secondo un rituale che tra i migranti viene amaramente chiamato “the game”. Ma non serve andare molto lontano: anche nel vicino della porta accanto ritroviamo migranti, lavoratori sfruttati e calpestati nei diritti e nella dignità, le cui voci sono talmente sottili da restare indifferenti.
Non è lo spirito che questa giornata deve incarnare. Se oggi possiamo narrarla è perché abbiamo lottato, abbiamo risposto a un tentativo di dominio. Non solo ci siamo liberati, ma abbiamo ottenuto il diritto di celebrare la diversità come ricchezza, la solidarietà come virtù umana, la tolleranza come base di un rapporto civile.

La pandemia rischia di renderci passivi, di far addormentare le nostre coscienze. E queste malvagità trovano terreno fertile lì dove c’è rassegnazione, crisi. La consapevolezza di ciò che è stato diventa il primo passo per non permettere al prossimo scelerato di assecondare la sua spietata sete di potere. Ieri e oggi sono legati da un filo invisibile. Se lo spezziamo tutto ritorna, e in un’altra epoca saremo costretti ad istituire un nuovo 27 gennaio. «Se perdiamo la memoria, annientiamo il futuro – condividendo le parole di Papa Francesco – ci serve, per non diventare indifferenti. Se crediamo che sia un solo ricordo e non memoria viva non ci sarà mai coscienza e consapevolezza dell’oggi e del domani”.

Vi è necessità di diventare tutti attori protagonisti nella difesa dei diritti di tutti e favorire attivamente i valori cristiani della conversione e della resurrezione.

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